giovedì 27 dicembre 2012

Correva l'anno 1992

Correva l'anno 1992 Pubblicato su Testimonianze 484-485 Rivista fondata a Ernesto Balducci Il 9 novembre del 1989 era un venerdì e di prima mattinata arrivai a casa di amici a......... Catania........ 2278 chilometri da Berlino......Ricordo benissimo quello che pensai vedendo alla televisione che il Muro stava aprendosi: Partire! Subito! Ci vollero due giorni per arrivare a Berlino. Rimanemmo bloccati in un epocale ingorgo notturno nei pressi di Bayreuth. Era domenica tardo pomeriggio, pioggia e nebbia e temperatura attorno allo zero. Si trattava del primo rientro dal primo week end in occidente per migliaia di Trabant cariche di Ost, tedeschi dell'est Germania che per la prima volta dopo 28 anni, allibiti, avevano valicato liberamente le frontiere. Una autostrada tedesca intasata di Trabant che affiancate alle BMW sembravano davvero uno scherzo. Al buio e nella nebbia fitta. All'alba seguente le strade di Berlino sembravano quelle di Rio dopo il Carnevale brasiliano. Spazzini a pulire dopo la “Festa” e file di Ost davanti alle banche ancora chiuse. La Repubblica Federale di Germania concedeva a ogni cittadino della DDR (Repubblica Democratica Tedesca) che si fosse presentato agli sportelli di una banca qualsiasi, cento marchi. Il premio per la fuga riuscita."La caduta del Muro di Berlino cambierà il mondo e anche le nostre esistenze". Sono cose che di dicono quando di percepisce che il tapis roulant sotto i nostri piedi si è messo a girare così forte che rischiamo di cadere. La Storia da quel giorno ci avrebbe fatto cadere molte volte. Le nostre esistenze hanno preso strade molto diverse dal previsto. Gli anni 80 erano finalmente finiti come meritavano ma noi eravamo del tutto impreparati a quello che sarebbe accaduto. Ma a Berlino avevo i brividi, che poi avrei avuto spesso nei Balcani..... Non potevo saperlo........ Il futuro sarebbe arrivato a raffiche, mentre la Milano da Bere affondava con tutta l'Italia sul Titanic di Tangentopoli cannoneggiata da Cosa Nostra, qui accanto a noi, scattava la Pearl Harbour d'Europa. I Balcani che “producono più storia di quanto riescano a digerirne”, stavano rivomitandone una gran parte. Il Berlin Mauer finiva di crollare nel Mediterraneo, come tanti altri conflitti sanguinari. Da sempre. La prima Guerra del Golfo stava immancabilmente spaccando le sinistre italiane e non solo e, iniziando a calarmi nello psicodramma bellico, riuscii a organizzare un faccia a faccia radiofonico tra Ernesto Balducci e Giovanni Pallanti, il primo pacifista e il secondo interventista nei riguardi di Saddan Hussein. Portammo mixer e microfoni alla Badia ma dove sia finito il nastro non saprei proprio. Fu uno scontro pacifico ma duro. Il periodico Toscana Oggi ne pubblicò una parte. Era solo l'inizio. La crepa nel granitico credo dei senza sé e senza ma si sarebbe trasformata in un disastro. Le guerre ripartivano anche vicino a noi e le belle teoriesi scioglievano come neve al sole. Nella primavera del 1991, pochi mesi dopo la caduta del Muro, milizie croate attaccavano i serbi delle Kraijne di Croazia che non volevano il distacco dal governo di Belgrado. Dopo undici anni la fiamma leggendaria del Maresciallo Tito si era spenta del tutto e con essa la Jugoslavia, allegoria affascinante quanto evanescente di una immaginaria forma di Nazione “Perfetta”. Belgrado rispose ai disordini bombardando Vukovar, Dubrovnik e dintorni, l'Armata Popolare Jugoslava, non si sa come, era composta da quel momento solo di Serbi e Montenegrini. Non esistevano eserciti di Croazia né tantomeno di Bosnia, dove nessuno voleva credere che la guerra arrivasse........ esattamente un anno dopo. Dal 1989 al 1991 le uniche organizzazioni che si erano rese conto di quanto accadeva che avevano le idee chiare erano quelle criminali. Immani arsenali e vastissime proprietà erano a disposizione di chi aveva contante abbondante ma soprattutto non era inebetito dalla impennata della Storia. L'orgia di sangue si sarebbe affiancata all'orgia criminale, sotto gli occhi estranei delle cosiddette “cancellerie occidentali”. In Italia un solo leader politico prese posizione palesemente e una sola agenzia né dava notizia: Notizie Radicali - 17 novembre 1991) “Dinnanzi alla notizia non solo emblematica della caduta di Vukovar e al comportamento vergognoso dell’Europa e dei cosiddetti democratici, con altri compagni del Consiglio Federale decidiamo di aggiungere a tutte le azioni istituzionali, parlamentari e politiche anche una iniziativa di digiuno in alcuni paesi europei, per battere questo comportamento ed il tumore pseudo-serbo, in realtà razzista, militarista e totalitario.......resistenza eroica delle donne e uomini di Vukovar di fronte alla violenza fascista dell’esercito erede di quelli fascisti, nazisti e stalinisti.” Gli altri politici e molti “osservatori” rimasero a guardare nella certezza che presto Belgrado avrebbe ripreso il controllo della Federazione. All'inizio del 1992, stavano con Slobodan Milosevic, fra gli altri, gli italiani: Gianfranco Fini, Armando Cossutta, Gianni De Michelis, la FIAT e le varie loro aree. Molto dopo sarebbe arrivato a sostenere la “Volpe dei Balcani” anche Umberto Bossi. Questo schieramento avrebbe dovuto dare da pensare che qualcosa non tornasse, come spesso accade, nel posizionamento geopolitico degli Italiani. Invece ognuno ha continuato per la sua strada e l'unico atteggiamento comune è stato quello di cercare di stendere un velo di indifferenza durante e dopo il conflitto. A fronte di migliaia di cittadini che muovevano con ogni mezzo per portare aiuto alle popolazioni, la Politica e l'Opinione Pubblica cercavano di parlarne il meno possibile. Ancora oggi, dopo 20 anni, molti pensano persino che il conflitto sia ancora in corso, molti non sanno che la Federazione Jugoslava non esiste più, e quasi nessuno ricorda ovviamente quando e dove sia iniziata la guerra, quali fossero gli schieramenti e soprattutto che esistono sempre aggressori e aggrediti. Dato che conoscere comporta pensare e pensare comporta forse anche prendere posizione, l'occidente europeo ha preferito decretare che “tanto i Balcanici sono violenti geneticamente e non si poteva fare niente per impedire il massacro” accanto a casa nostra. A questo risultato si è arrivati e stabiliti anche grazie alla sottile propaganda di alcuni maestri, artisti della comunicazione. Peter Handke e Emir Kusturica, tanto per fare due nomi molto celebri. Quest'ultimo, passato subito dalla parte dell'aggressore in cambio di enorme sostegno economico, arriva oggi a negare il genocidio di Srebrenica. Il revisionismo dalla coda di paglia è ancora oggi scatenato, favorito dalla ignoranza sui fatti, coperta dalla “percezione” residua degli stessi nelle nuove generazioni. Si è riusciti a posporre la data di inizio del conflitto dal 1991 al 1999, almeno per i più giovani, e se provate a chiedere cosa sappiano i ragazzi di oggi della guerra “jugoslava” vi diranno solo che Bill Clinton ha bombardato Belgrado con la collaborazione anche del governo D'Alema. Operazione infausta, prima responsabile della cancellazione della verità percepita globalmente. Ma il conflitto era iniziato otto anni prima. Ma nel marzo 1992 poco sapevamo ma, caricati i furgoni, partimmo per la costa Croata. Zara era sotto bombardamento, ci raccontavano, e dovevamo fare qualcosa. Noi partimmo da Scandicci e altre centinaia partirono da tutta Italia per andare a conoscere la “guerra in casa”. Avremmo fatto per anni quel tragitto e poi fino a Mostar e Sarajevo, scoprendo che le idee e le opinioni sono una cosa e i fatti un'altra. Rivedemmo tante volte il concetto di pacifismo e di pace. La costa dalmata è bellissima e ci apparve come una visione surreale. Acque smeraldo, cieli blu, isole affondate in lagune sempre piatte, nessuno in giro. Come fosse possibile fare la guerra in un posto così è un mistero ancora irrisolto che si pose a noi come a tutti gli altri che arrivavano e passavano dalla tortuosissima statale costiera, la Magistrala, che porta da Fiume a Dubrovnik. Agli italiani occidentali, tirrenici, i Balcani sono sempre sembrati lontani e ancora non si sa dove siano Fiume, Zara, Mostar, cosa siano Slavonia e Slovenia, Dalmazia, Istria, Quarnero, Sebenico. Bisognava sempre riguardare la mappa per capire dove fossimo, in quale Stato ma anche chi comandava i carri armati e perché bombardassero le città e i villaggi. La mappa non bastava. Probabilmente vivendo dentro una guerra si ha spesso l'impressione che la guerra sia la morte della Verità. Nei Balcani degli anni 90 questa era una certezza. La verità non esisteva o se esisteva era solo per un attimo nel posto dove ci si trovava. Pochi chilometri dopo c'era un'altra verità.Lo capimmo noi e soprattutto loro, appena finiti i combattimenti. Ricordo che il giornalista Slatko Disdarevic, che si era fatto l'assedio di Sarajevo, arrivò a dire che si stava meglio durante la guerra che dopo. Almeno durante la guerra la speranza è l'ultima a morire. La “pace” seguente il conflitto balcanico apparve subito come “strana”, “avariata”, instabile. Oggi quel conflitto continua sulle pagine di giornali specializzati e su Internet, fra i sopravvissuti che non hanno mai pace per definizione. In nome della Pace il famoso velo dovrebbe chiudersi per sempre ma sappiamo che non c'è pace senza giustizia e allora possiamo dire solo che la guerra armata è sospesa lasciando il campo a una sprezzante gara cinica al tanto peggio tanto meglio. Le popolazioni imbevute di propaganda hanno perso cognizione del giusto e speriamo che non sia per sempre... Non parlo solo delle popolazioni balcaniche ma anche delle nostre. La spaccatura simmetrica sulla verità minaccia di seppellire le ultime speranze di arrivare a una lettura condivisa e alla pacificazione totale. In questi giorni per esempio è scontro tra la testata diretta da Gianni Minà e Osservatorio Balcani e Caucaso, tra l'intellighenzia presuntuosa e superficiale della prima e la pacatezza di chi ha il polso della situazione, unici in Italia. Senza parlare del revisionismo estremo condotto con abilità da una rete planetaria che di fatto sembra desiderare che una parte del territorio della Bosnia aderisca alla Federazione Russa anziché all'Unione Europea. Ma chi scrive imparò subito che le guerre non le decidono le persone comuni. Devono arrivare da fuori per scannare i propri vicini di casa e poi spesso si riesce a incendiare anche una anima innocente e trasformarla in un mostro.Ci sono per esempio delle Reti Internet in lingua italiana e balcanica che definiscono il Kosovo come “occupato” anziché indipendente. Nemmeno a Belgrado lo definiscono occupato. Occupato da chi? Dai nativi albanesi che ci abitano da generazioni? Tanti hanno interesse a mantenere calda la cenere favoriti anche dal comportamento dell'Unione Europea che ha lasciato passare 15 anni prima di prendere in considerazione l'adesione dei Paesi ex jugoslavi nei quali nel frattempo la speranza di vivere meglio è scomparsa e sono impennate le migrazioni di cervelli e braccia e precipitato il favore a entrare nell'Unione. Forse qualcuno ricorda che per un certo periodo, tra il 1992 e il 94 è esistita una autoproclamata Repubblica di Erzeg-Bosnia. I Croati di Bosnia, dopo aver combattuto uniti ai Bosniacchi contro l'aggressore Serbo, armato da quello che era una volta l'esercito di tutti, decisero di separarsi dai Bosniacchi a maggioranza musulmana e combattere tutti contro tutti, con immaginabile soddisfazione dei Serbi. La prima volta che mi recai a Mostar, appena finiti i combattimenti che lì furono ancora più duri che altrove, fui accompagnato in auto da un responsabile dell'ufficio stampa del “governo della Erzeg-Bosnia”, appunto, il quale, in auto, a quattr'occhi, mi disse: “...dovete cessare di portare cibo, dovete portare libri per studiare, altrimenti la guerra non finirà mai”. Lo disse in inglese mentre guidava la utilitaria entrando a Mostar in macerie....... Lui che lavorava per delle milizie sanguinarie ultranazionaliste sostenute dalla diaspora croata nel Mondo e dal clero cattolico che stava organizzando il futuro di Medjugorije, oggi divenuta un grande “outlet” in nome della Vergine Maria......... Libri invece che cibo, per la Pace...... A Mostar per molto tempo non ci sono state librerie...... Moltissimi ragazzi bosniaci ancora oggi non capiscono “a cosa serva un libro”. In Italia come stiamo in merito? Venti anni dopo esistono ancora campi profughi dove vivono gli ultimi, che almeno vengono ancora riconosciuti come bisognosi e in qualche modo raccapezzano il pranzo e la cena. Quelli che sono stati beffati peggio forse sono i Serbi di Croazia, delle Kraijne, dove iniziarono i fatti dopo dieci anni di parole. Prima partirono incolonnati a migliaia per un ritorno in Serbia...... dopo 700 anni! In Serbia non ne volevano sapere e comunque non avevano certo alternative a metterli in campi di raccolta..... in Kosovo! Chissà dove sono finiti oggi coloro che dovevano diventare l”avanguardia della Grande Serbia”. Il quotidiano Il Piccolo del 30 agosto 2003 pagina 02 sezione: PRIMO PIANOTRIESTE, scrive fra l'altro:”È il 2 agosto del 1991. La Jugoslavia, o quel che resta di quella che fu la «creatura» di Tito, brucia. La Slovenia e la Croazia se ne sono andate. La Serbia reagisce e i suoi connazionali della Slavonia proclamano l’indipendenza. Zagabria risponde al fuoco. È l’inizio delle fine. Eppure in quel fatidico 2 agosto Gianfranco Fini, allora segretario nazionale dell’Msi-Dn, si reca a Belgrado accompagnato dal dirigente del dipartimento esteri del partito, Mirko Tremaglia (oggi ministro degli Italiani all’estero) e dal presidente del Fuan Roberto Menia (oggi deputato triestino di An). Oggetto dell’incontro è «un’eventuale richiesta dell’Italia per la restituzione dell’Istria e della Dalmazia». Fini decide di partire perchè la commissione Esteri della Camera guidata dal presidente Piccoli non aveva posto nella sua agenda i temi proposti dal leader missino. Ma non basta. Fini sostiene di essere venuto in Jugoslavia anche per dare appoggio alla Repubblica serba relativamente ai diritti umani e ai confini. Fini relaziona poi gli esiti dei suoi incontri all’allora capo dello Stato Francesco Cossiga e conferma che esponenti del Movimento di rinascita serbo hanno esplicitamente detto alla delegazione dell’Msi-Dn di trovare legittima una richiesta sull’Istria e sulla Dalmazia.” Un giorno sono stato a casa di Gianni De Michelis, a Roma, condotto da un comune amico. Sarà stato il 1993. “Che peccato la guerra in Jugoslavia – mi disse quando gli dissi che stavo seguendo il conflitto in corso molto da vicino – Ho tanti amici a Belgrado....” Nelle zone della Bosnia più vicine a Belgrado si andava da sempre a fare i manovali nella capitale. Ci andavano i padri di Haris e di Hussein prima della guerra. Altri padri andavano in Austria. Dopo da Belgrado li hanno bombardati quelli di Kalesija, per tre anni quasi e molti sono morti. Su Kalesija incombe una collina a forma di “pan di zucchero”, da lì le artiglierie costruite dagli jugoslavi per la Jugoslavia martellavano i villaggi di Saraci, Toijsicj, Prnijavor, oltre che al capoluogo Kalesja, già prima della guerra considerato un posto molto sfortunato. Dopo la guerra i figli sono ripartiti e hanno ripreso a lavorare a Belgrado, da dove comandavano i bombardamenti che avevano ucciso la madre. I ponti di Belgrado sono stati ricostruiti dai bosniaci mussulmani sopravvissuti ai bombardamenti ordinati da Belgrado, via Pale....... La grande farsa della guerra è di essere una oscena macelleria che fa da scenografia per l'ingordigia dei criminali di ogni risma che dietro le quinte fanno affari esagerati fra loro. Qualsiasi “secessionista” è destinato prima o poi a commerciare con i vicini dai quali si è staccato in gran pompa. Anzi, il commercio non si è mai interrotto, sono solo moltiplicati i prezzi e i guadagni. La mano d'opera bosniaca costa meno o più di prima della guerra? Costruire le auto in Serbia oggi costa alla FIAT più o meno di quando costruivano la 600 che là chiamano ancora familiarmente “Ficio”? Oggi chi si preoccupava dei bombardati di Pancevo può stare tranquillo, gli stabilimenti lavorano bene e producono la Punto Classic. Durante la guerra producevano armi e per questo la NATO li bombardò. E comunque sbagliò e parecchio. Non è cambiato niente, salvo i morti. Su questo non sono ancora riuscito a sapere. A parte gli ottomila di Srebrenica dei quali è archiviato il DNA, sapere quanto siano stati non è questione matematica ma politica. D'altronde anche una sola vita persa vale per tutta l'umanità, come sembra che dica il Corano. Pertanto la guerra dei numeri è una ulteriore farsa. Eppure ci sono le bande ROCK, i PUB RAP, le squadre di basket, le minigonne vertiginose, i musei rurali con i vecchi aratri, i ristoranti etnici (!), i villaggi etnici (!!), il Rafting, il Canooing, il Trekking, le associazioni e le società giovani, i giovani imprenditori che tornano dall'estero perchè hanno capito che da noi può solo andare peggio e invece nei Balcani può solo andare meglio........ Sarajevo e Mostar questa estate erano pieni di turisti. Dubrovnik ha aperto contatti con l'entroterra dal quale fu bombardata per spartirsi i turisti che soffocano tra le mura della cittadella antica dove tutti i tetti sono stati ricostruiti nel 1995. Giovani bellissimi e senza speranze, i ragazzi balcanici di oggi, nati in guerra e che non ne vogliono sentir parlare, che ti danno energia e allegria e non badano alle differenze, viaggiano come e quando possono e traversano questi confini grotteschi, proprio come prima della guerra......... Emir, Igor, Marko. Assieme perchè sì, alla faccia dei politici che hanno voluto la guerra e che sono sempre là.... con i loro grotteschi sorrisi..... cg

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